19/06/2017
Ettore Prandini, vice presidente nazionale di Coldiretti, commenta positivamente il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea sul fatto che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come 'latte', 'crema di latte' o 'panna', 'burro', 'formaggio' e 'yogurt'.

"Dalla Corte Europea è giunta finalmente una risposta alle nostre sollecitazioni ma è chiaro – osserva Prandini – che questo è solo un primo passo. Adesso bisogna rendere trasparente l’informazione anche su tutti gli altri prodotti vegan che utilizzano denominazioni o illustrazioni che rimandano o in qualche modo ricordano l’utilizzo di carne, uova o altri derivati animali con cui in realtà non hanno nulla a che fare. È una questione di coerenza e di onestà nei confronti sia dei consumatori sia dei produttori”.

C’è poi da aggiungere – spiega la Coldiretti - che sul fronte della spesa delle famiglie i prodotti vegetali che “mimano” il latte e i formaggi costano molto di più, a volte anche il doppio, rispetto agli originali.

Per esempio i prezzi dei drink a base di riso, avena, cocco e soia sfiorano i 3 euro al litro. Il consumo di questi prodotti – spiega la Coldiretti - è spinto anche dalla falsa percezione che si tratti di latte, con le stesse proprietà nutrizionali e organolettiche, oltre che dalle fake news diffuse in rete secondo le quali il latte sarebbe dannoso perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita.

In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte.

“Ognuno è libero fare le proprie scelte e bere ciò che preferisce – conclude Prandini -, ma è giusto che l’informazione sia chiara e completa”.
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Il vino in Gran Bretagna
mai stato così costoso

Crollano i consumi di vino in Gran Bretagna con il prezzo medio di una bottiglia che ha raggiunto i 6,3 euro (5,56 sterline) per effetto di un aumento costante dal momento del referendum sull'uscita dall'Unione Europea. E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione della diffusione dei dati sulla riduzione del commercio al dettaglio, sulla base dei dati della Wine and spirit trade association (Wsta) nel sottolineare che bere vino in Gran Bretagna non è mai stato così caro, per effetto dei tassi di cambio sfavorevoli ma anche per l’aumento della tassazione sugli alcolici. Sulle tavole inglese il vino, che è in gran parte di importazione, è – sottolinea la Coldiretti - la prima vittima del caos provocato da brexit ed elezioni per effetto della svalutazione record della sterlina che lo ha reso sempre piu’ inaccessibile. Un comportamento che pesa anche sulle esportazioni Made in Italy con il calo del 7% delle vendite del vino italiano sulla base dei dati Istat che evidenziano relativi ai primo bimestre del 2017. La Gran Bretagna - sottolinea la Coldiretti - è stata nel 2016 il primo mercato mondiale di sbocco dello spumante italiano con il 30% delle bottiglie esportate, in pratica quasi 1 su 3. Ora – precisa la Coldiretti - si è invertita la tendenza e le esportazioni sono in calo anche per gli aumenti delle accise che riguardano tutti i vini e gli spumanti e che a febbraio sono stati di ben il 9% per il prosecco secondo La Wine and spirit trade association (Wsta). La Gran Bretagna è il quarto sbocco estero dei prodotti agroalimentari nazionali Made in Italy con un valore di ben 3,2 miliardi nel 2016. La voce più importante è rappresentata proprio dal vino e dagli spumanti seguiti dalla pasta, dall’ortofrutta, dai formaggi oltre un terzo dei quali è rappresentato da Parmigiano Reggiano e Grana Padano, ma va forte anche la mozzarella di bufala campana.
Greening, in Europa
si è persa una battaglia

Nonostante un gran numero di voti a favore, il Parlamento europeo, nella “plenaria” del 14 giugno, non ha espresso un parere contrario alla proposta regolamento della Commissione europea che prevedeva, tra le altre misure, il divieto di utilizzo di agrofarmaci sulle cosiddette “aree di interesse ecologico”. Lo annota con rammarico Confagricoltura che aveva chiesto agli europarlamentari di votare contro la proposta della Commissione, sostenendo anche il parere della Commissione Agricoltura che già si era espressa contro un provvedimento che può limitare la produzione di proteine vegetali, di cui l’Europa ha fortemente bisogno. Le “aree di interesse ecologico” – spiega Confagricoltura – sono il 5% delle superfici aziendali che gli imprenditori agricoli si impegnano a lasciare incolte o che destinano alla coltivazione, anche con colture azotofissatrici o colture intercalari di copertura (cover crops). E’ questo uno dei principali impegni degli agricoltori beneficiari dei pagamenti diretti della PAC nell’ambito del cosiddetto “greening” o “inverdimento”. Confagricoltura ringrazia i 363 parlamentari europei, molti dei quali italiani, che hanno sostenuto il rigetto della proposta di regolamento della Commissione secondo gli auspici dell’Organizzazione. “Per appena 13 voti non si è espressa una maggioranza qualificata per il veto al provvedimento, ma c’è una maggioranza sostanziale di cui ci aspettiamo che la Commissione tenga conto”.
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