19/06/2017
Il settore della carne bovina è strategico per il nostro Paese, con oltre un terzo dei 10 miliardi di fatturato complessivo del settore e garantisce lavoro a più di 80 mila addetti.

Il comparto è in difficoltà per la forte contrazione della domanda, negli ultimi dieci anni ha registrato un crollo pro capite superiore al 30%, anche in presenza di persistenti campagne mediatiche che alimentano una moda anti-carne.

E’ fondamentale, quindi, costituire una OI (Organizzazione Interprofessionale) che, sulla base della regolamentazione europea (Reg 1308/13) e della legislazione italiana, (L.91/2015) possa: delineare una strategia nazionale condivisa; facilitare le relazioni economiche tra i diversi attori della filiera; favorire la creazione di valore e la sua equa distribuzione lungo la filiera; svolgere varie azioni per la trasparenza del mercato, la sua qualificazione, la promozione al consumo interno ed esterno, la committenza organizzata con il mondo della ricerca.

Per rispondere a queste esigenze Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Uniceb e Assocarni, sulla base di un’analisi approfondita del settore e di una visione strategica condivisa, hanno deciso di costituire l’Organizzazione Interprofessionale (OI) della carne bovina italiana, invitando da subito tutte le altre organizzazioni di rappresentanza della filiera ad aderire a questo progetto.

Un raggruppamento che già rappresenta una quota preponderante della produzione e della macellazione ed è pronto ad accogliere altri soggetti.

Per annunciare questa nuova realtà, le organizzazioni proponenti hanno promosso un incontro di presentazione a cui hanno partecipato Dino Scanavino (presidente Cia), Carlo Siciliani (presidente Uniceb) e Elide Stancari (presidente FNP allevamenti bovini Confagricoltura).

Nasce così - hanno detto nei loro interventi - uno strumento che deve avere carattere nazionale ed essere fortemente rappresentativo delle attività economiche della produzione, della trasformazione e della distribuzione, come avviene nei Paesi dove queste strutture sono più consolidate, ad esempio in Francia e in Spagna.

La nostra “OI” con queste caratteristiche - hanno continuato i rappresentanti di Cia, Confagricoltura e Uniceb - rappresenta un deciso salto di qualità rispetto alle esperienze abbozzate nel passato, con una visione strategica ed una cultura economica nuova, adeguata alle sfide del mercato attuale ed alle mutevoli esigenze dei consumatori. Questa formazione - hanno concluso - può concretamente favorire il raggiungimento di molti obiettivi: valorizzare e aumentare il potenziale produttivo italiano, salvaguardando e accrescendo il reddito degli operatori; promuovere un consumo sano, responsabile e informato; realizzare strategie di qualità, anche relative al benessere degli animali ed alla sostenibilità dei processi produttivi; favorire la regolazione delle relazioni contrattuali di filiera e puntare sull’innovazione tecnologica, organizzativa e di mercato.

I numeri della carne bovina in Italia

– In Italia il consumo pro capite di carne (totale) è di 79 chili circa, uno dei più bassi di Europa (Spagna 99,5 Danimarca 109,8 Francia 85 Germania 86).

– Il consumo procapite di carne bovina è pari a circa 17,5 chili. In 10 anni da 2005 al 2015 è passato da 25 chili a 17,4 chili (meno 30,4 %). Dai primi dati del 2016 si stima un ulteriore calo del 5%.

– Sul consumo medio di carne fresca in Italia, la carne bovina rappresenta il 33% in peso ed il 44% in valore.
– La consistenza totale di capi bovini in Italia (compreso le vacche da latte) è scesa tra il 2005 ed il 2015 da 6,2 a 5,8 milioni di capi (meno 6%)

– Le macellazioni di carne bovina in Italia sono scese tra il 2005 ed il 2015 da 1,1 milioni di tonnellate (peso morto) a 772 mila tonnellate (meno 30%)

– In numero di capi, le macellazioni bovine erano 3,2 milioni nel 2007 e 2,6 milioni nel 20016 (diminuzione del 19%)
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Zootecnia, l'eccezione
non fa la regola

Maria Caramelli è la direttrice dell’IZSTO (Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, della Liguria e della Valle d’Aosta). Intervistata da “Mangimi&Alimpenti” su diversi argomenti attinenti la sua attività, si è espressa anche a proposito del vegetarianismo e del veganesimo, due comportamenti alimentari che si portano dietro la cosiddetta questione animale. “Non voglio entrare nel merito delle ragioni etiche – ha dichiarato Maria Caramelli – che spingono alcune persone ad abbandonare il consumo di prodotti carnei o, in maniera ancora più estremista di tutti i prodotti di origine animale come anche latticini, uova, miele eccetera. Quello che vorrei però sottolineare e che mi rattrista quando mi trovo, nei convegni per esempio, a dover dibattere con esponenti di associazioni di questi consumatori particolari, è il fatto che essi portano sempre a sostegno delle loro scelte le peggiori situazioni zootecniche” “Gli allevamenti di animali ad uso zootecnico, i macelli, gli impianti di trasformazione – ha aggiunto Maria Caramelli – sono soggetti a severe norme in materia di benessere animale nel rispetto delle cosiddette “libertà” (libertà dalla sete, dalla fame e dalla cattiva nutrizione, libertà di avere un ambiente fisico adeguato, libertà dal dolore, dalle ferite, dalle malattie, libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche normali, libertà dalla paura e dal disagio) degli animali stessi. I controlli sono svolti dai medici veterinari delle ASL con attenzione e competenza e i casi in cui le norme non sono rispettate sono davvero pochi. E’ chiaro che però sono quelle le situazioni che occupano le pagine sui giornali o sul web”. (Fonte: Cia Piemonte) (Nella foto: Maria Caramelli)
Anche la carne vegana
non è carne

Ettore Prandini, vice presidente nazionale di Coldiretti, commenta positivamente il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea sul fatto che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come 'latte', 'crema di latte' o 'panna', 'burro', 'formaggio' e 'yogurt'. "Dalla Corte Europea è giunta finalmente una risposta alle nostre sollecitazioni ma è chiaro – osserva Prandini – che questo è solo un primo passo. Adesso bisogna rendere trasparente l’informazione anche su tutti gli altri prodotti vegan che utilizzano denominazioni o illustrazioni che rimandano o in qualche modo ricordano l’utilizzo di carne, uova o altri derivati animali con cui in realtà non hanno nulla a che fare. È una questione di coerenza e di onestà nei confronti sia dei consumatori sia dei produttori”. C’è poi da aggiungere – spiega la Coldiretti - che sul fronte della spesa delle famiglie i prodotti vegetali che “mimano” il latte e i formaggi costano molto di più, a volte anche il doppio, rispetto agli originali. Per esempio i prezzi dei drink a base di riso, avena, cocco e soia sfiorano i 3 euro al litro. Il consumo di questi prodotti – spiega la Coldiretti - è spinto anche dalla falsa percezione che si tratti di latte, con le stesse proprietà nutrizionali e organolettiche, oltre che dalle fake news diffuse in rete secondo le quali il latte sarebbe dannoso perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte. “Ognuno è libero fare le proprie scelte e bere ciò che preferisce – conclude Prandini -, ma è giusto che l’informazione sia chiara e completa”.
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